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È un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. O no?

Centrare con l’obiettivo il nero nella bocca, la fame d’aria del bambino. Mettere a fuoco il viso e lasciare tutto il resto in secondo piano. È un duro lavoro, ma qualcuno, qualcuno, deve pur mettere a fuoco e zoomare sugli occhi pieni d’acqua della piccola che muore. Qualcuno deve post-produrre, qualcuno deve scartare e selezionare di tutto il materiale ciò che vale davvero il diritto di entrare a far parte della gallery sul web. È un duro lavoro, ma qualcuno, qualcuno-uno, deve stare lì ben fermo sul cavalletto del proprio scheletro mentre il padre entra con i denti scoperti dal dolore e il corpicino appeso tra le braccia. È un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Per noi, per noi. Che grazie a questi scatti, queste nature morte di bambini con maschera di ossigeno, finalmente prendiamo coscienza di quanto accade nel mondo e ci diamo da fare. Condividiamo e divulghiamo, oggi, dalle ore 7.30 del mattino fino alle 23.00 o anche oltre. Grazie a questo duro lavoro, che andava fatto, possiamo conoscere a fondo e far conoscere ciò che accadeva nel preciso istante in cui qualcuno scattava quelle foto con la reflex digitale, sgomitando tra medici e paramedici e genitori, intravedendo uno scorcio di barella con sopra un pezzo di viso agonizzante. La catasta dei corpi in rigor mortis. Un mucchio di esserini che valgono per l’insieme, non già ciascuno per sé. Non come i nostri figli, per dire, a cui copriamo il viso con un’emoticon quando postiamo su Facebook la foto davanti alla torta di compleanno: per proteggere la privacy e difenderli dai pedofili, naturalmente. È un duro lavoro essere costretti a calpestare la dignità di questi altri bambini. Anzi: di questi Bambini, bambini del mondo, che morendo davanti all’obiettivo ci insegnano che razza disgustosa siamo, senza scrupoli né rispetto per quanto c’è di più puro e innocente. Ma qualcuno deve pur farlo, deve insegnarci l’orrore di cui siamo capaci. La guerra, ovvio. La guerra lontana, degli altri, i mostri.

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